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Curinga Ri-Vista attraverso la Storia, le Arti, la Cultura, le Foto, le Video Clip |
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Pagine sulla Emigrazione (di Domenico Curcio) |
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Nelle Baracche tra i Grattacieli. |
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Nelle baracche tra i grattacieli
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Svizzera 1962: in 16 in una stanza Nella foto Murat, archivio del "Corriere della Sera", la stanza in cui nel 1962 vivevano alcuni immigrati italiani a Ginevra. La didascalia scritta dal fotografo dietro la stampa precisa: "la stanza misura 7 metri per 4 e vi sono sistemati 16 operai. Ciascuno di essi paga, al mese, per il materasso, 60 franchi, ossia 8640 lire". Vale a dire, secondo l'ultima valutazione delle lire 2001, circa 150 mila lire. Il padrone incassava dunque, per una camera, due milioni e mezzo. Nella stessa stanza facevano anche da mangiare. Fonte: "Il Corriere della Sera |
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Svizzera 1962: catapecchie Nella foto Murat, archivio del "Corriere della Sera", alcune baracche abitate da emigrati italiani nel quartiere "Praille" a Ginevra. Era il 1962. L' Italia era in pieno boom. Anzi: Luciano Benetton avrebbe raccontato qualche anno dopo che in Veneto "c'era già chi si lamentava: il boom è sgonfio" |
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Svizzera 1962: baracche tra il pattume Nella foto
Murat, archivio del "Corriere della Sera", alcune baracche abitate
da emigrati italiani nel quartiere "Praille" a Ginevra. Era il 1962.
L'anno in cui esplodevano i Beatles, Sean Connery girava "007,
licenza di uccidere" e la Juventus era pazza di Omar Sivori. |
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Un lavandino ogni 16 persone Nella foto di "Sorrisi e Canzoni", emigranti italiani a Ginevra nel 1973. La didascalia spiega che dormono in 32 per ogni baracca e hanno un lavandino ogni 16 persone. |
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Una stanza per dormire, lavorare, cucinare Nella foto di Jacob Riis scattata a Bayard Street nel 1888, un gruppo di italiani ammucchiati in una sola stanza in un condominio di Bayard Street. Scriveva lo stesso Riis nel libro "Così vive l'altra metà": "i rapporti di polizia che parlano di uomini e di donne che si uccidono cadendo dai tetti e dai davanzali delle finestre mentre dormono, annunciano che si avvicina l'epoca delle grandi sofferenze per la povera gente. È nel periodo caldo, quando la vita in casa diventa insopportabile per dover cucinare, dormire e lavorare tutti stipati in una piccola stanza, che gli edifici scoppiano, intolleranti di qualsiasi costrizione. Allora una vita strana e pittoresca si trasferisce sui tetti piatti. [...] Nelle soffocanti notti di luglio, quando quei casermoni sono come forni accesi, e i loro muri emanano il caldo assorbito di giorno, gli uomini e le donne si sdraiano in file irrequiete, ansanti, alla ricerca di un po' di sonno, d'un po' d'aria. Allora ogni camion per la strada, ogni scala di sicurezza stipata, diventa una camera da letto, preferibile a qualsiasi altro luogo all'interno della casa. [...] La vita nei caseggiati, in luglio e agosto, vuol dire la morte per un esercito di bambini piccoli che tutta la scienza dei medici è impotente a salvare". |
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Marcinelle, negli hangar nazisti Nella foto, gli hangar in cui vivevano i minatori italiani a Marcinelle. Solo pochi anni prima erano sede di un campo di prigionia nazista. Abitavano qui, in condizioni di grande disagio, molte delle vittime della tragedia dell'8 agosto 1956, quando 262 minatori, dei quali 136 erano calabresi, veneti, siciliani o campani, morirono intrappolati 835 metri sottoterra. |
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Belgio, anni '60: nelle baracche del lager
Foto di "Oggi" 5-3-1964. La didascalia spiega:
"Un bimbo italiano ritratto nella desolata zona di Lanklaar, dove i
tedeschi avevano creato un campo di concentramento per i prigionieri
guerra sovietici. In queste squallide baracche vivono 35 famiglie di
nostri connazionali (..) insieme con emigrati greci, spagnoli e
turchi" |
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L'angolo privato in una baracca. L’Italia, oggi, è diventata un paese di immigrazione e sembra aver perso la propria memoria storica rimuovendo, cioè, dalla memoria collettiva quello che noi siamo stati e siamo ancora: un popolo di emigranti. Con questo servizio mi propongo di far riflettere tutti su quello che i nostri emigrati hanno sofferto. Mi propongo, anche, di far riflettere sugli errori commessi dagli altri e che stiamo commettendo pure noi. Il popolo italiano dovrebbe, a mio parere , essere molto più sensibile sui temi della solidarietà e dell’accoglienza e, soprattutto, dovrebbe ricordare. Mimmo Curcio |
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We want bread and roses too ( vogliamo il pane e le rose). I primi anni del ‘900 negli Stati Uniti furono anni di duri scontri tra lavoratori e capitalisti. In alcuni casi si verificarono veri atti di guerra con scontri violentissimi tra gli eserciti privati dei padroni e gli operai. Numerose furono le vittime tra gli operai e minatori che erano quasi tutti immigrati di diverse nazionalità : italiani, svedesi, tedeschi, polacchi, ucraini, ecc. Gli italiani, allora, godevano di scarsissima considerazione poiché erano quasi sempre utilizzati in operazioni di crumiraggio perché scarsamente sindacalizzati. Ad certo punto, però, gli italiani divennero la punta di diamante del movimento operaio statunitense e lo dimostrarono nello sciopero di Lawrence, Massachussent, divenuto famoso nel mondo con lo slogan: "Vogliamo il pane ma anche le rose", cioè oltre ad un migliore salario si cercava anche una vita più dignitosa. Lo sciopero scoppiava in maniera spontanea il 25 gennaio 1912 in seguito ad una riduzione salariale di 35 centesimi corrispondenti, allora, all’acquisto di ben 10 pagnotte. Furono coinvolti 30.000 operai, quasi tutti immigrati o figli di immigrati, dell’industria tessile American Company Woollen . I 7000 italiani rappresentavano il gruppo etnico più numeroso fra i dimostranti che si suddividevano in 25 gruppi di nazionalità diverse. Giunsero molti giornalisti sul posto che rimasero impressionati dalle modalità del tutto nuove impiegate in questo sciopero. Attribuirono queste modalità rivoluzionarie agli italiani poiché italiani erano i sindacalisti Joseph Ettor, Arturo Giovannitti e Joseph Caruso che guidarono lo sciopero. Il trasferimento dei bambini presso altre famiglie di operai e intellettuali solidali, i canti intonati in tante lingue diverse, i manifesti mobili che venivano spostati continuamente per impedire provocazioni, uomini, donne e bambini che si sdraiavano per terra quando la polizia stava per caricare. Le manifestazioni delle donne che marciavano cantando e con striscioni con su scritto lo slogan che le rese famose nel mondo:" We want bread and roses too ( vogliamo il pane e le rose). Per la prima volta si rivendicava una vita più gentile e più dignitosa per le donne. Tutte queste cose impressionarono l’opinione pubblica americana e resero lo sciopero di Lawrence unico nel contesto delle lotte operaie. La vera mossa vincente, però, fu l’esodo dei bambini denutriti verso altre città come New York, Philadelfia, ecc. L’ondata di sdegno provocata dalla vista di questi bambini convinse i proprietari delle industrie tessili a cedere e ad accordare un aumento salariale compreso tra il 5 e il sette per cento. Negli scontri con la polizia rimase uccisa una donna italiana Anna Lopezzi e della sua morte furono accusati due sindacalisti che erano completamente innocenti. Questo sciopero rimase alla storia e fu l’inizio di un percorso che portò al riconoscimento di piena dignità e parità degli italiani sino ad allora considerati servi dei padroni e crumiri. Mimmo Curcio |
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La valigia di cartone con dentro la laurea.
C’è voluto un
poderoso studio della prestigiosa
associazione per dire al mondo ciò che tutti sanno e ciò che
milioni di giovani meridionali vivono quotidianamente sulla loro
pelle, un’ingiustizia che nessuno ha interesse a correggere.
Ma come si fa ancora riferimento ai nostri nonni? La frase del giornalista di Repubblica certo utilizza un cliché ad effetto, uno buono per tutte le stagioni, che alle nostre orecchie suona come: “non hanno più l’anello al naso ma questi bravi extracomunitari oggi arrivano in Europa indossando magliette occidentali, jeans e sono pure laureati”. Sarà appena il caso di ricordare che sono decenni che il Meridione rifornisce l’intera nazione di professionisti laureati; sì perché mentre la grande offerta di lavoro al nord invogliava i residenti a non proseguire negli studi, la sempre eccessiva percentuale di disoccupati al sud costringeva molti giovani a passare il tempo nelle università finendo così per prendere davvero la laurea. A questo aggiungerei l’atavica voglia di riscatto di molti meridionali che hanno sognato per anni di potersi rivalere attraverso i propri figli contribuendo in questo modo alla creazione di una classe di professionisti che oggi rappresenta la vera ricchezza del nostro meridione, seppure in evidente eccesso rispetto alle richieste del mercato. l’Unità: “e il Sud tricolore si conferma un anatroccolo che non riesce a diventare cigno“; Ma come non riesce a diventare cigno? Abbiamo appena detto che la maggiore concentrazione di laureati è rappresentata da giovani meridionali e poi parliamo di brutti anatroccoli? Forse il bravo giornalista dell’Unità si riferiva al territorio e alla società geograficamente residente al meridione. Ma ha mai riflettuto questo signore sulla vera natura dell’economia del nostro Paese? Su come è strutturata? Facciamo un esempio: un giovane italiano nato a Sud prende la sua bella laurea e si presenta sul mercato pronto a raccogliere i frutti dei sacrifici, anche economici, che lui e la sua famiglia hanno dovuto sopportare. Diciamo subito che questo ragazzo avrà tante più possibilità di collocarsi quanto più potente economicamente o politicamente è il suo clan di provenienza. In questo possiamo già individuare una società strutturata in caste, apparentemente invisibili, eppure rigidamente strutturate. Vi faccio qualche esempio per chiarire le idee; se questo ragazzo è figlio di un politico, non necessariamente di alto livello, di un avvocato di grido, di un notaio, di un farmacista, di un professore universitario, di un dipendente della pubblica amministrazione (anche in questo caso non è necessario che sia di alto livello), di un sindacalista, un alto dirigente bancario, può ragionevolmente sperare di riuscire a collocarsi lavorativamente in un periodo di tempo ragionevole. Non ci impelagheremo, in questa sede, in giudizi sull’etica di questo comportamento sociale, siamo nella terra del “si salvi chi può“. Ma supponiamo che questo ragazzo sia figlio di un signor nessuno, la maggioranza di costoro, non ha quasi nessuna possibilità di lavorare . Ipotizziamo quindi un gruppo di nostri giovani, freschi di studi all’avanguardia, che certo le nostre università non lesinano, e con il pieno possesso di tutte le tecniche del marketing e della moderna comunicazione, decida di mettersi sul mercato … un suicidio. Per cominciare dovrà per forza affittare un locale, con questo accollandosi un onere non da poco per un periodo di tempo non inferiore ad un semestre. Successivamente la seconda batosta, quando si recherà dal notaio per stipulare la società, quindi la tassa per la Camera di commercio, quella per l’Ufficio di registro, i costi del commercialista, della banca, l’allaccio delle utenze, ecc. Pensate tutti questi costi sono tutti interconnessi e inevitabili, senza che il nostro gruppo di ragazzi abbia ancora mosso un dito. Successivamente chiederà un finanziamento ad una banca per poter iniziare la propria attività, eh sì perché se ben ricordate i nostri ragazzi sono figli di nessuno, non hanno capitali, solo i loro cervelli. Le procedure saranno lunghe e il risultato incerto. Infine la neosocietà inizierà ad operare sul mercato; ma se pensa di iniziare a lavorare con la pubblica amministrazione sbaglia, i meccanismi sono strani, complessi, occorre avere qualche amico che ti aiuta, e infine, particolare non da poco, occorre avere un fatturato minimo, che ovviamente i nostri ragazzi, appena all’inizio della loro vita lavorativa non hanno, ergo sono tagliati fuori. Se pensano invece di operare sul libero mercato hanno qualche chance sempre che si adeguino subito all’andazzo.
E ancora: “I laureati “eccellenti” abbandonano il Sud”, chiosa Repubblica. Secondo SVIMEZ la percentuale di laureati con il massimo dei voti è salita, dal 2004 al 2009, dal 25% al 38%; certo siamo alla frutta, sono coloro che in questi anni si sono illusi di poter costruire un Paese felice. Certo si erano illusi, perché si sentivano forti, onesti, acculturati e pronti a contribuire alla costruzione di un sud migliore: stanno andando via tutti, perché non sono più disposti a sottostare al ricatto occupazionale che i famelici squali continuano a perpetrare, generazione dopo generazione, un ricatto che non accenna a placarsi e che impone una radicale, coraggiosa, inversione di tendenza, una decisa presa di coscienza sull’opportunità di accettare la sfida e diventare protagonisti della gestione della cosa pubblica, scevri, oggi come non mai, da vecchie logiche clientelari, pronti ad immolarsi in una guerra senza esclusione di colpi contro interessi economici enormi dove tutti gli interessati sono pronti a difendere con i denti il loro bottino. L’emigrazione, in definitiva, non è mai cessata, ha assunto, semplicemente, forme diverse. Emigrano i laureati e non solo al Nord ma anche nei paesi europei ed extraeuropei e sicuramente non bisognava aspettare la relazione dello SVIMEZ per scoprirlo. Centinaia di famiglie meridionali hanno fatto studiare i propri figli per vederli partire come i loro nonni o i loro padri in cerca di opportunità per migliorare la propria vita ma, non sempre, purtroppo, quanto desiderato si riesce a realizzare. Mimmo Curcio PS: Chiunque voglia scrivermi su questo argomento o sull’emigrazione in genere mi può scrivere o attraverso il sito o a quest’indirizzo: do.curcio@libero.it |
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"Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo"
La
"Giornata
Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo"
è
La storia dell'emigrazione italiana è stata segnata da tragedie come quella del crollo della miniera di carbone a Marcinelle, consumata proprio l'8 agosto del 1956, che costò la vita a 262 minatori, tra i quali 136 italiani. Frutto di un accordo bilaterale tra Italia e Belgio, manodopera contro fornitura di carbone, migliaia di giovani italiani emigrarono in Belgio per lavorare nelle miniere di carbone. Inutile descrivere le condizioni di lavoro e i soprusi a cui questi lavoratori furono sottoposti: basta ricordare che chi si rifiutava di scendere nelle miniere veniva arrestato con l’accusa di rescissione unilaterale del contratto di lavoro. Dopo la tragedia il governo italiano fu costretto ad intervenire e ad occuparsi delle condizioni in cui vivevano i lavoratori italiani. Molte sono, nella storia dell’emigrazione, le tragedie che hanno avuto tra le vittime lavoratori italiani: Monongah, Dawson, Mattmark, tutti incidenti minerari in cui migliaia di lavoratori italiani hanno perso la vita. Non bisogna dimenticare gli italiani vittime di linciaggi, conseguenza di un razzismo esasperato, soprattutto negli Stati Uniti, dove gli italiani erano considerati una razza di mezzo molto vicina ai negri. Agli inizi del 900, inoltre, in West Virginia e altri stati d’America, lo scontro tra i minatori e i proprietari delle miniere fu durissimo rasentando, in alcuni momenti, veri atti di guerra civile e gli italiani, dapprima considerati lavoratori “crumiri”, poi divennero protagonisti di queste battaglie pagando un tributo altissimo di vittime e di ritorsioni. I lavoratori italiani all’estero hanno abitato le periferie del mondo e , con il loro lavoro e i loro immani sacrifici, hanno contribuito allo sviluppo e al progresso dei Paesi che li hanno ospitati. Il mio invito personale è che l’8 Agosto, ognuno d noi trovi due minuti di raccoglimento e di preghiera da dedicare a tutti questi lavoratori che dobbiamo considerare nostri fratelli. Mimmo Curcio |
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